Qualche settimana fa un articolo di Sandro Spinsanti, teologi bioeticista, pubblicato sul Corriere della Sera “Combattere il dolore burocratico”, riprendendo l’espressione coniata dall’associazione del volontariato Sokos di Bologna, che si occupa di persone in condizioni di fragilità, ha parlato di dolore burocratico: un dolore diverso da quelli fisici o emozionali che sono oggetto di cure sanitarie, eppure strettamente imparentato con esse.
Pensiamo ai senza tetto, ai gravi disabili, a migranti ad anziani soli e a persone non integrate nella comunità, ma anche a persone per le quali etichette di questo genere sono inappropriate, che per mancanza di competenze informatiche possono trovarsi nella condizione di non poter accedere a servizi di cui hanno bisogno e che spettano loro di diritto. Sono persone che devono scalare una parete di sesto grado: pec spid, cie, usare “Linguaggi familiari come il sanscrito!” Pensiamo a chi affetto da una patologia inguaribile o da disabilità inemendabile, periodicamente è costretto a fare la fila per dimostrare, ancora e ancora, di essere malato o invalido. Come, per dire, se un arto amputato potesse ricrescere.
L’amico Sandro auspica che tramite il volontariato si possa dare una mano purchè ci sia disponibilità a rivedere i rapporti burocratici, creando una nuova alleanza tra chi eroga i servizi e chi soffre per una fragilità che impedisce di accedervi in quanto non è accettabile che persone rinuncino ai servizi socio-sanitari perchè impossibilitate a seguire percorsi assurdi.
Ma il dolore burocratico in determinate situazioni diviene “accanimento burocratico” del tutto sovrapponibile all’accanimento terapeutico: prosecuzione ostinata e senza motivazione e senza scopo di un trattamento che risulti inutile per il paziente.
Penso per questo a tutte le strutture che con il PNRR o senza, magari finanziate con impegno volontaristico di Enti del Terzo Settore, sono impossibilitate a procedere nella loro realizzazione/attivazione causa una pletora di enti che devono esprimere il loro parere/autorizzazione e che si celano dietro a cavilli normativi, a volte pretestuosi, che non rispettano i tempi per il rilascio dei permessi, che antepongono il loro potere burocratico alle esigenze dei cittadini.
Per il nostro futuro Hospice siamo di fronte al quindicesimo passaggio burocratico con il percorso avviato il 13 maggio 2020 e non ancora concluso! in quanto è nelle mani di chi ancora sta esercitando solo il proprio potere burocratico non considerando minimamente le sofferenze che provoca per le persone malate e le loro famiglie. Anche in queste situazioni ci troviamo di fronte alla mancanza del rispetto della vita umana, facendo mancare adeguati livelli assistenziali a chi soffre a chi ne ha bisogno oggi e non
quando decide la burocrazia: uno degli ultimi permessi invece di rispettare i tempi di legge 2 mesi ha impiegato 10 mesi per arrivare, approfittando che in questo caso non vi era la clausola del silenzio assenso e con la necessità di spendere soldi e tempo con un parere legale per interpretare quanto scritto dall’ente!
L’articolo di Spinsanti si chiude domandandosi “E’ utopico davvero pensare a una burocrazia non ostile ma dal volto amico ?” ed io aggiungerei: è possibile dalla parte della burocrazia attivare percorsi legittimi oggettivi e non soggettivi, non necessariamente sempre positivi per i richiedenti, ma veloci, quando si parla di realizzare/attivare strutture per persone sofferenti anteponendo la dignità della persona alla gestione del proprio potere burocratico?